DiarioMondiale_IaderFabbri

Sia sul piano professionale che su quello umano, ricorderò le giornate mondiali di Ponferrada come un’esperienza incredibile.

Aver fatto parte della spedizione azzurra in un evento di portata planetaria come i Mondiali di Ciclismo, è un privilegio che mi sono goduto attimo per attimo e che mi ha arricchito sotto tutti i punti di vista.
Cominciamo dall’aspetto professionale. L’esperienza spagnola mi ha confermato ciò che, in parte, già sapevo. Ovvero che la cultura della corretta alimentazione, nel mondo ultra-conservatore del ciclismo, è ancora ad uno stato embrionale.
Si spendono soldi, tempo e risorse per dettagli meccanici o tecnici che, nell’economia della prestazione agonistica, garantiscono un beneficio quasi insignificante, soprattutto se confrontato con un aspetto nevralgico come quello della dieta che, come dimostrano ormai ampiamente studi scientifici autorevolissimi, è in grado di migliorare la performance di un atleta in maniera rilevante. Essendo il “carburante della macchina” , per la mia esperienza personale, direi di pari importanza all’allenamento (anche del 20-30%.)
In questo senso, la scelta avanguardista della Federciclismo di affidarsi, per la prima volta nella sua storia, ad un professionista dell’alimentazione rappresenta una svolta epocale, il segno di una volontà nuova ad investire anche su aspetti scientifici fino a ieri inesplorati. Per questo è doveroso da parte mia ringraziare, per la fiducia accordatami, il dottor Simonetto, il dottor Besnati e il dottor Cantilena.
E’ ovvio che siamo agli inizi di un percorso, ma la conquista più importante, almeno in prospettiva, è aver avuto l’opportunità d’illustrare agli atleti anche questo aspetto basilare della preparazione sportiva, convincendoli che, in un processo globale di crescita, l’alimentazione non può essere ignorata. In poche parole, il mio compito era quello di cominciare a formare una “cultura” della nutrizione e, a giudicare dall’atteggiamento propositivo di tutti gli azzurri, penso – almeno da questo punto di vista – di aver raggiunto risultati importanti.
Sul piano personale, far parte della “squadra azzurra” è stato molto stimolante, oltre che un onore. Ho avuto il piacere di conoscere ragazzi splendidi, oltre che grandi atleti, e di ammirare da vicino il formidabile lavoro del Ct Cassani, bravissimo a creare la giusta amalgama ed un vero spirito di squadra.
Credo si sia notato anche in corsa: a prescindere dal risultato finale, la nostra nazionale ha interpretato la gara come una vera orchestra. A proposito del risultato… Certe valutazioni non mi competono, ma tutta la squadra è tornata dalla Spagna con la coscienza pulita, perché ogni singolo atleta, almeno sul piano dell’impegno e dell’applicazione, ha fatto fino in fondo il proprio dovere.
Sono uscito spesso in bici con gli azzurri. Sono stati momenti altamente formativi perché, sui pedali, le distanze si accorciano e le diffidenze si annullano. In bicicletta il ciclista si sente nel suo habitat naturale e dunque, perfettamente a suo agio, si apre fino in fondo e il dialogo fra atleta e dottore diventa più autentico, direi quasi più intimo. Questo significa – temo – che, in futuro, oltre ai corsi di aggiornamento, dovrò faticare ancora parecchio sui pedali.
In definitiva, il mondiale spagnolo, per il settore dell’alimentazione applicata allo sport, resterà per sempre un momento storico, una sorta di spartiacque fra due generazioni. L’auspicio è che anche i team, a tutti i livelli, si adeguino al new-deal e, dopo decenni di tabelle alimentari radicate nelle conoscenze di un tempo, comprendano la necessità di affidarsi a veri professionisti. La Federciclismo ha dimostrato di crederci. Facciamo che non resti un esperimento isolato.