Il dolore cronico interessa una persona su due dopo i 70 anni. E’ necessario aumentare l’aderenza al trattamento antidolorifico perché ad oggi solo un paziente su quattro segue i consigli del medico. Spesso i malati si preoccupano della dipendenza che certi farmaci, secondo loro, potrebbero dare e degli effetti collaterali. Da non sottovalutare poi l'”effetto catastrofe”, ovvero la tendenza del paziente a rimuginare sul proprio dolore, con il risultato di amplificarne la percezione di un buon 30%.
L’International Association for the Study of Pain raccomanda quindi di potenziare la comunicazione tra medico e paziente seguendo le linee guida Iasp: fare domande e rispondere rassicurando, ascoltare il paziente, coinvolgerlo nelle decisioni e nel trattamento, educare i familiari. «Addentrarsi in spiegazioni eccessive genera un condizionamento negativo, la questione più importante riguarda l’ampia gamma di cure disponibili che confonde il paziente – sottolinea Paolo Marchettini, responsabile del Centro di medicina del dolore all’ospedale San Raffaele di Milano – tutte le cure funzionano almeno un po’, ma non sempre, e talvolta è meglio associarle alla psicoterapia».
Il dolore, indipendentemente da causa e localizzazione, è unico e nasce nella testa. Una complessa malattia che oggi si può “vedere” sebbene la componente emotivo-affettiva, così come quella legata alla predisposizione genetica, restino inesplorabili. «Le moderne tecniche di precisa Irene Tracey, dell’università di Oxford – consentono di guardare le aree cerebrali mentre si genera l’esperienza dolorosa e permettono di seguire la reazione a cascata con l’attivazione di altre aree che peggiorano il dolore attraverso ansia, paura, depressione, disturbi del sonno».
fONTE : eDOTT